La Puglia o…le Puglie? Dallo sperone roccioso del Gargano scendendo verso il tacco d’Italia, il Salento, dalle coste dell’Adriatico all’ampia curva del golfo di Taranto sullo Jonio, il mare “viola”; da Capo d’ Otranto o Palascia, che vede per primo la luce sorgere a oriente, fino a Leuca, la “bianca”, de finibus terrae,  dove termina l’Italia “in poca rissa/ d’acque ai piedi d’un faro”, come scrisse il poeta leccese Vittorio Bodini, tra ampie valli e vallate lungo le quali la storia è passata al galoppo, il paesaggio pugliese, sia antropico che fisico, varia continuamente in un contrappunto di luci. Durante il periodo angioino e aragonese l’Apulia romana era distinta in Capitanata, Terra di Bari e Terra d’Otranto e, prima dei Greci, i territori avevano il nome delle popolazioni japigiche che l’abitavano dal terzo millennio avanti Cristo, e cioè si chiamavano Daunia, Peucezia e Messapia, corrispondenti rispettivamente alle attuali terre di Foggia, di Bari e del Salento che era chiamato anticamente Calabria, un termine che poi, nel VII secolo, i Bizantini usarono per denominare l’attuale penisola meridionale denominata, all’epoca, Brutium. Certamente noi siamo ligi alla Costituzione della Repubblica Italiana che sancisce il nome Puglia, già in vigore dall’unità nazionale, consacrato da scrittori e studiosi e comunemente invalso fra il popolo pugliese. E quindi Puglia sia, al singolare, pur nella pluralità e varietà dei paesaggi, dei dialetti, delle microstorie nel grande respiro della storia nazionale, e delle intelligenze che hanno contribuito, nell’arco dei secoli, a rendere nobile e grande la nostra regione. A essere sempre uguale e fedele ai suoi valori, dal Gargano al Salento, è il “popolo di formiche”: così Tommaso Fiore, scrittore e politico di Altamura, definì  i pugliesi,  a voler indicare con questa felice metafora la tenacia, la laborosità, la passione e l’etica del lavoro, e soprattutto la “pacienza” silenziosa dei pugliesi, che, sgobbando sempre, sia in Puglia, definita “sitibonda” dai tempi del poeta latino Orazio (e tale è stata in saecula saeculorom fino a quando nel Novecento non furono completati i lavori dell’Acquedotto Pugliese), sia in terra straniera, si sono sempre rivelati lavoratori ingegnosi e infaticabili.  La paziente passione del lavoro s’intuisce e s’incontra a ogni piè sospinto in Puglia: ne sono silenziosa, ma eloquente testimonianza i muretti a secco delle campagne (“… mi chiederai –scrisse Tommaso Fiore- come abbia fatto tanta gente a scavare ed allineare tanta pietra…  Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti…”); le sapienti costruzioni dei trulli che, da Alberobello a Cisternino, dalla Murgia dei Trulli alla Valle d’Itria, punteggiano un paesaggio fiabesco; le  antiche masserie,  trasformate in floride imprese agricole; le colture del grano, degli ulivi e dei vigneti;  le case bianche di calce dei paesi, bianche per amore di luce e di lindore. Testimoni silenziosi della civiltà contadina e della laboriosa “pacienza” del popolo pugliese sono gli umili oggetti rurali e artigianali, gli ambienti e gli strumenti del lavoro contadino, i frantoi, le vasche per la macina delle olive, e i telai dove le donne tessevano tessuti poveri e preziosi insieme, conservati con rispettoso amore nel Museo provinciale delle Tradizioni popolari che si trova nei locali adiacenti all’Abbazia duecentesca di Santa Maria a Cerrate vicino a Lecce. A raccontare la civiltà del “popolo di formiche” è anche il Museo di arti e tradizioni popolari del Gargano “Giovanni Tancredi”, lo storico che lo fondò nel 1925 a Monte Sant’Angelo, e il Museo Etnografico di Taranto intestato ad Alfredo Maiorano che alle tradizioni popolari di terra jonica dedicò la sua vita.

La laboriosità unita all’ingegno, forse discende “per li rami” nel sangue dei pugliesi dagli antichi Greci per i quali la Puglia e il meridione d’Italia in genere furono il Far West dei loro tempi. Lo intuì Carlo Belli, l’ideatore dei Convegni Internazionali di Studi della Magna Grecia a cura e a cuore dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia. I convegni, or volge il cinquantottesimo anno, si svolgono a Taranto, la città più ricca e potente della Magna Grecia tra i secoli V e IV  a.C.;  e il IV secolo a.C. è il periodo in cui rifulse  Archita di Taranto, scienziato, matematico, stratega, filosofo e sodale di Platone che Archita ospitò nella sua città di tradizioni e cultura pitagoriche. Dalla Grecia, dalla Magna Grecia, ma forse con qualche successiva commistione ebraica ed araba, si è tramandata e ampliata l’arte dei fìguli, cioè dei vasai, che da Grottaglie, “città della ceramica” e terra di artisti, a Laterza, nella provincia di Taranto, e poi a Cutrofiano, Lucugnano e a San Pietro in Lama in quel di Lecce, lavorano l’argilla trasformandola in  ceramiche e maioliche di un’estrema raffinatezza artistica tale da superare i livelli dell’artigianato e al punto da risultare un’importante risorsa culturale ed economica del territorio. Una postilla: è doveroso ricordare a questo punto il medico grottagliese Vincenzo Calò, che nel 1910 fondò a Grottaglie, all’interno del giardino della sua villa, la “Manifattura Calò” da lui in seguito ampliata e trasformata in una vera e propria industria. Chi volesse saperne di più, può leggere il libro, edito recentemente, del lion Roberto Burano che ha illustrato la personalità del medico Calò cui è intestato l’Istituto d’Arte Ceramica di Grottaglie.

Successivamente grecità e latinità si fusero nel Salento; ne furono espressione il salentino Quinto Ennio e Marco Pacuvio di Brindisi e, ancor prima, uno schiavo greco di Taranto poi affrancato: Livio Andronico che tradusse in latino l’Odissea e che tentò di rendere con nomi latini divinità ed eroi omerici. Della latinità sono testimoni gli anfiteatri romani, da Lucera a Lecce, compreso quello (sepolto) di Taranto, e il Colosso di Barletta, una gigantesca statua di bronzo raffigurante con ogni probabilità l’imperatore Valentinano.

In genere, quando si parla di storia della nostra regione o quando si evoca il paesaggio storico pugliese, la memoria di una persona mediamente colta corre subito a quattro luoghi e ai rispettivi eventi storici : Canne, nei pressi del fiume Ofanto, dove l’esercito romano il 2 agosto del 216 a.C. subì una tragica sconfitta durante la seconda guerra punica; Castel del Monte, la cui mole posta come una corona sull’altopiano delle Murge occidentali, vicino ad Andria, sfida il tempo e la storia; Otranto, espugnata dai Turchi nel 1480, e Barletta, dove, nel 1503, si sfidarono tredici cavalieri italiani e spagnoli, Ettore Fieramosca in testa, e tredici cavalieri francesi che avevano ingiustamente accusato gli italiani di vigliaccheria; e gli italiani, vincitori, riscattarono il loro onore e il loro valore. Ma la storia di Puglia è antichissima, anche se non sono in molti, temo, a conoscere, per esempio, le Veneri di Parabita o i graffiti di grotta Romanelli vicino a Castro, o le pitture parietali della grotta Paglicci sul Gargano, risalenti al paleolitico superiore. “L’uomo di Altamura” è uno scheletro di Homo neanderthalensis scoperto nella grotta di Lamalunga vicino ad Altamura nel 1993, risalente a 128.000- 187.000 anni fa; e “la madre più antica del mondo”, a Ostuni, è uno scheletro di donna che, quando morì, 28.000 anni fa, doveva avere vent’anni ed era incinta. Le iscrizioni dipinte, raffiguranti scene di caccia e simboli ancestrali dell’era neolitica, si trovano nella Grotta dei Cervi, un anfratto sotterraneo a Porto Badisco nel Salento, vicino ad Otranto, non molto lontano da Castro, dove i recenti scavi archeologici hanno portato alla luce resti di un santuario con ogni probabilità dedicato a Minerva, la qual cosa dimostrerebbe essere Castro quel Castrum Minervae, che Virgilio, nell’Eneide, indicò come primo approdo di Enea in Italia. Infine, il dolmen di Bisceglie è un inquietante monumento preistorico di pietra risalente all’età del Bronzo, ma di menhir, dolmen e specchie  e, insomma, di architetture megalitiche la Puglia è ricca, specie il Salento dove se ne trovano ben ottantasette esemplari.

Una cosa è certa: fin dai tempi remoti la Puglia è sempre stata un ponte, nel continente liquido del Mediterraneo, tra Oriente e Occidente, l’Oriente degli splendori bizantini, ma anche della mezzaluna islamica, e l’Occidente. In Puglia, dal mare o lungo la via Appia che terminava a Brindisi e dove Virgilio, di ritorno dalla Grecia, si congedò dalla vita, o lungo la via Traiana di cui restano i miliarî a Canne e a Canosa, sono arrivati tutti e tutti hanno lasciato segni cospicui della loro civiltà: Greci, Romani, Bizantini, Longobardi, Saraceni, crociati e pellegrini diretti verso la Terra Santa, e poi Normanni, Svevi, Angioni e Aragonesi, Turchi, Spagnoli e i Francesi di Murat. E non dimentichiamo quei profughi bizantini e albanesi che, dopo la caduta dell’Impero d’Oriente nel 1453, sulla rotta degli antichi Greci, approdarono alle nostre coste in fuga dai Turchi. I discendenti dei profughi bizantini ancora oggi vivono nelle comunità alloglotte, ben radicate nel Salento. In queste comunità, gelose delle loro tradizioni, si parla il “Griko” bizantino, mentre “l’Arbëresh”, l’albanese antico, che era la lingua parlata dal glorioso e mitico eroe della resistenza albanese contro i turchi ottomani Giorgio Castriota Skanderbeg, si parla nel comune di San Marzano di San Giuseppe presso Taranto, dove vive la più grande comunità Arbereshe d’Italia, e anche a Casalvecchio e a Chieuti nella provincia di Foggia. Dagli albanesi antichi in fuga dai Turchi (che formarono le comunità in Puglia, Basilicata e Calabria soprattutto dopo il 1468) agli albanesi che giunsero nel 1991 in fuga dalla povertà, la Puglia ha sempre dato lungimiranti esempi di ospitalità per cui la storia culturale della nostra regione è prima di tutto un esempio costante di “Xenìa”, cioè accoglienza e integrazione, sincresi e arricchimento di culture e linguaggio artistico. Per inciso: in due comuni di Foggia circa mille persone conservano la parlata franco-provenzale dei loro antenati che nel Trecento scesero in Puglia dalle valli occidentali delle Alpi.  Ma, a parte questo, l’anima profonda, mitocondriale,  dei pugliesi è greca e bizantina.

Per questa intrinseca grecità che li rende versatili, intraprendenti e mercuriali nelle attività commerciali, i pugliesi sono soprannominati “levantini” con una sfumatura, ingiusta, di diffidenza. In realtà levantino vuol dire estroso e geniale nelle attività imprenditoriali e non solo. La Fiera del Levante, che dal 1929  si svolge a Bari nel solco della radicata e rinnovata tradizione delle antiche fiere di Lucera, Bari, Taranto e Altamura dei tempi belli di Federico II, riporta la Puglia alla sua vocazione di intrecciare rapporti con l’Oriente e con l’Occidente ed  è, pertanto, l’espressione più lungimirante dello spirito levantino dei pugliesi. A Bari questo popolo di formiche  si è celebrato, agli inizi del Novecento, nel Petruzzelli, il teatro, anzi il tempio della musica e dei grandi appuntamenti culturali dove i pugliesi  colti confluiscono e si aggregano. La cultura in Puglia si concreta e si  struttura  nell’Università degli Studi di Bari, istituita nel 1923, e nell’Università degli Studi di Lecce (oggi Università del Salento), istituita nel 1955, e nelle Università più recenti di Foggia e di Taranto; si radica nelle case editrici quali Laterza (che pubblicò le opere di Benedetto Croce) e Adda di Bari,  Congedo di Galatina, le leccesi Grifo, Capone e Milella, Manni, Besa, Lupo, e poi Lacaita di Manduria, Scorpione, Mandese  ed edit@ di Taranto, Schena di Fasano e Bastogi di Foggia e tante altre in crescita nel difficile mondo dell’editoria; si divulga attraverso le riviste e i quotidiani, dalla Gazzetta del Mezzogiorno di Bari a Quotidiano di Puglia (edito a Lecce) e, fino a pochi anni fa, al Corriere del Giorno di Taranto di cui fu direttore e tra i fondatori il lion Giovanni Acquaviva. Fra le riviste segnalo la rivista letteraria quarantennale “L’Arengo”, ideata da Paolo De Stefano, edita a Taranto da Scorpione, “La Vallisa” (e la casa editrice omonima) nata a Bari nel 1980, “L’Immaginazione” edita da Manni, diretta da Anna Grazia D’Oria, e la giovane rivista storico-letteraria “L’Officina” di Taranto (edit@) diretta da Silvano Trevisani.  La cultura di Puglia si tutela e s’irradia nei Conservatori, nelle Pinacoteche e nei tanti Musei di cui sono fiere città e cittadine pugliesi, specie Taranto per il Museo Archeologico della Magna Grecia, ovvero “MArTA”, autentiche banche della memoria storica, stracolme di tesori archeologici, prova eloquente di una ricchezza che era prima di tutto culturale oltre che economica, e declinata sul paradigma della bellezza di cui sono le testimonianze più preziose gli “Ori di Taranto” nel MarTA. Qui l’ignoto Atleta, vissuto nel V secolo a.C. e vincitore delle ambite anfore panatenaiche, riposa nel suo sarcofago: ha attraversato tanti secoli di storia e tanti confini geografici. Alle Olimpiadi di Pechino del 2008, infatti, fu esposto come esempio di un atleta dell’antichità che ebbe un corpo perfetto e la gloria della vittoria. E poi i musei aperti e diffusi, i musei segreti. La civiltà rupestre narra il vivere in grotte degli antichi abitanti, dall’Alto Medioevo alla costruzione dei borghi costruiti fino al XIV secolo, in quelle incisioni torrentizie che sono le gravine: un percorso di profondi burroni che unisce l’arco jonico, dalla Basilicata a Grottaglie, Statte, Crispiano, Massafra, Mottola, Palagianello, Castellaneta, Laterza, Ginosa, Gravina di Puglia. Le laure, le grotte eremitiche e cenobitiche dei monaci italo-greci, scavate nella roccia calcarea, sono decorate di affreschi: Madonne e  santi bizantini dai grandi e inquietanti occhi scuri  sembrano interrogare con lo sguardo malinconico il visitatore sorpreso da tanta bellezza segreta e da tanta civiltà che è stata posta nella giusta luce e restituita alla sua dignità a cominciare dal volume “Civiltà rupestre in terra jonica” (Roma- Milano1970) di Cosimo Damiano Fonseca, Accademico dei Lincei e socio onorario del Lions Massafra -Mottola “Le Cripte”,  per proseguire con i Convegni internazionali di studio che, dal 1971 ad oggi, si sono susseguiti con regolarità biennale. Bizantine sono le icone miracolosamente tratte in salvo dalla furia iconoclasta, icone raffiguranti soprattutto Maria Odegitria, col Bambino assiso sulle ginocchia. Per queste sacre immagini, rinvenute spesso miracolosamente, sono state erette in varie località di Puglia, chiese e santuari, dal Santuario dell’Incoronata nei pressi di Foggia alla chiesa rupestre della Madonna della Buona Nuova di Massafra, dalla Basilica Santuario della Madonna del Pozzo di Capurso alla Basilica Cattedrale di Maria Santissima della Madia a Monopoli, al Santuario di Santa Maria Mutata a Grottaglie, ma l’elenco potrebbe continuare. In antitesi con quest’arte bizantina, mi sia concesso aprire un file sulla  Basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, mirabile esempio di arte e politica: il principe di Taranto Raimondello del Balzo Orsini con sua moglie, la contessa di Lecce Maria d’Enghien, poi regina di Napoli, nei primi anni del Quattrocento, volle fortemente edificare questa basilica per custodire le reliquie della santa martire Caterina  d’Alessandria del IV secolo; le reliquie che, in un afflato di febbre mistica, Raimondello aveva portato con sé dal monastero sul Sinai scoperto durante gli anni della sua fervida giovinezza quando, figlio cadetto del conte Orsini di Nola, aspirava a diventare, per i suoi meriti di guerriero e statista, principe del più importante feudo del Regno di Napoli: il Principato di Taranto. Dopo la sua morte, Maria d’Enghien e il figlio Giovanni Antonio completarono l’opera. La basilica ha una facciata tardogotica, ma artisti di scuola giottesca, provenienti forse dalle Marche e dall’Emilia, con influenze napoletane, affrescarono le pareti per illustrare con il linguaggio iconografico i sacramenti, le storie bibliche, la vita di Cristo, della Vergine e di alcuni santi. Lì, piccolo Pantheon dei del Balzo Orsini, riposano Raimondello e Giovanni Antonio, mentre l’immagine ricorrente della donna “alta e bionda”, di cui parlano le cronache del tempo, è forse Maria d’Enghien, probabile modello di bellezza per gli artisti. In quel Salento bizantino di lingua, tradizioni e religione, i del Balzo Orsini attuarono un processo di latinizzazione, cioè incrementarono con eleganza il rito cristiano-latino e l’arte gotica occidentale, con la complicità dei francescani -sempre ad alto indice di gradimento presso il popolo affamato di giustizia- cui furono affidati il convento e la basilica.

A portare in auge la nostra regione, comunque, dopo i Bizantini furono i Normanni. Nel 1043  Guglielmo d’Altavilla assunse il titolo di conte di Puglia e nel 1056, a Melfi, papa Niccolò II riconobbe a Roberto il Guiscardo il titolo di Duca di Puglia e  Calabria. Nel periodo normanno e poi svevo, nel secolo XII, ma con le premesse nel secolo XI, cioè ai tempi della rinascita delle città, proprio quando la Puglia aveva intensi scambi commerciali con l’Oriente e l’Africa settentrionale,  fu incrementata, con gli assetti ecclesiastici del Concilio di Melfi, la rete delle diocesi e conseguentemente l’erezione delle Cattedrali: le  grandi cattedrali “romaniche” di Puglia, centri carismatici e identitari delle città pugliesi, talvolte  edificate in contiguità dei templi pagani: Bari  vanta la sua Cattedrale dedicata a San Sabino e la Basilica di San Nicola, edificata per conservare le spoglie di san Nicola che settanta marinai baresi avevano portato da Mira, in Licia, nel 1087, e poi tanto importante da aver ospitato nel 1098 il Concilio indetto da papa Urbano II. Ma cattedrali romaniche sono anche a  Taranto e Otranto, Canosa (il Tempietto di Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo, fra i protagonisti della I^ Crociata, è in contiguità con la Cattedrale sabiniana), Trani, Ruvo, Bisceglie, Bitonto, Molfetta (il Duomo vecchio), Giovinazzo,Troia, Brindisi. Una precisazione: la Cattedrale di Taranto ha il valore aggiunto del “Cappellone” barocco di San Cataldo, un’autentica “Cappella Sistina del  Sud”, come l’ha definita Vittorio Sgarbi. Inoltre  a Barletta sorge la Basilica  di S. Sepolcro, costruita in stile romanico, ma poi trasformata in forme gotiche alla fine del XIII secolo; anche a Brindisi la chiesa di S.Giovanni al Sepolcro è una costruzione di età normanna eretta dai Templari; la chiesa di Santa Maria Maggiore di Siponto, antica cattedrale di Siponto, è un’altra, interessante costruzione romanica; in forme tardo gotiche è la chiesa di Santa Maria del Casale, vicino a Brindisi, eretta dal principe di Taranto Filippo d’Angiò alla fine del Trecento; a Taranto la chiesa di San Domenico Maggiore, ricostruita all’inizio del Trecento e poi rimaneggiata, fu edificata verso la fine dell’XI secolo,  e ad Acquaviva delle Fonti la Concattedrale di sant’Eustachio risale al XII secolo, ma fu ricostruita in stile rinascimentale. Sono tutti libri di pietra, dall’inconfondibile stile definito specificamente “romanico-gotico pugliese” che sincretizza l’influenza lombarda, attiva lungo la costa pugliese e innestata sul sostrato bizantino, si dirama nel Duecento e si intreccia con suggestioni di arte pisana  e soprattutto con il classicismo aulico della corte di Federico II.

Signori, tutti in piedi, ora, e sull’attenti davanti a Federico II, stupor mundi,  che predilesse la Puglia al punto da essere soprannominato puer Apuliae. Fu lui, animato da  fervore edilizio e nell’alveo della tradizione normanno-sveva, a voler edificare o ampliare e abbellire castelli magnifici a Bari, Gravina, Gioia del Colle, Oria e, naturalmente, Castel del Monte in quel di Andria, con pianta ottagonale e otto torrioni anch’essi ottagonali: un enigma di pietre dal disegno architettonico perfetto e inquietante, tutto costruito, infatti, sul numero otto. Oltre al fastoso e ormai diruto Palazzo imperiale di Foggia, Federico volle far edificare ad Altamura anche una chiesa prelatizia, nonché cappella palatina, dedicata all’Assunta.  La cattedrale romanica di Otranto, però, merita un faretto speciale e non solo per lo straordinario mosaico pavimentale di Pantaleone che racconta allegoricamente,  lungo l’ “albero della vita”,  la storia del genere umano, ma soprattutto perché essa è legata alla su citata pagina di storia che ancora oggi suscita echi di forte emozione. Qui, nella Cappella dei Martiri, in sette alte teche in vetro, sono custodite  le ossa degli idruntini che tutti, in massa, santi e martiri, cioè testimoni di fede e civiltà occidentale, il 14 agosto 1480 vennero trucidati dai Turchi per non aver abiurato la loro fede cristiana.  Per questo, dopo l’eccidio di Otranto, gli Aragonesi fortificarono le città pugliesi a rischio, fra cui  Otranto, Taranto, Acaia, Brindisi, Gallipoli, di possenti castelli o fortezze, baluardo contro i Turchi che, dopo aver conquistato Costantinopoli nel 1453, si stavano espandendo nel Mediterraneo. Poi gli Spagnoli orlarono le coste con torri di difesa e di guardia, ma la dominazione spagnola fu una tragedia in quel Seicento di padroni e predoni. Tutto ciò che Manzoni scrisse ne “I Promessi Sposi” vale anche per la Puglia, ma con una nota più cupa: la mancanza di un sistema viario favorì i briganti, versione pugliese dei bravi.  Eppure, in questo periodo, fiorì l’incredibile, spericolata, dionisiaca arte del barocco con tratti originali. Il barocco ha l’epicentro a Lecce e in tutto il Salento, ed è una vertigine, un caos silenzioso di riccioli, fiori, frutti, putti, mostri, festoni e nastri intrecciati e arzigogolati in linee tortili e bizzarre: una perfetta geometria del disordine, un caos, un delirio  che trabocca da ringhiere di ferro battuto, balconi, portali, colonne tortili, cornicioni, balconcini, mascheroni e cariatidi, e trionfa, come in una sarabanda di angeli impazziti, su palazzi, chiese e monumenti, fino a raggiungere l’espressione massima e compiuta nella Basilica di Santa Croce a Lecce.  Un barocco povero, si badi, di pietra leccese, un calcare tenero al punto da poter essere lavorato con lo scalpello e quindi docile sotto le mani sapienti degli stravaganti scalpellini del luogo che alla pietra conferirono  nobiltà di arte tanto più preziosa quanto più ingegnosa. Ed ecco i grandi artisti barocchi del Seicento: Giuseppe Cino, gli Zimbalo, i Manieri, Cesare Penna, Gabriele Riccardi, Salvatore Miccoli di Lèquile e Giovanni Coppola di Gallipoli. Agli scalpellini leccesi si affiancano per genio creativo i cartapestai leccesi. L’arte povera della cartapesta, che risale al Seicento e al Settecento, è il frutto di artigiani ingegnosi che usarono carta, stracci, paglia, colla di farina, tanto estro creativo e tanta “pacienza” per realizzare statue perfette riproducenti Madonne, Crocifissi e santi, e per impreziosire le chiese che crescevano in misura esponenziale in quel secolo di fasti barocchi  e politica controriformistica. Un’arte che, per fortuna, continua ancora oggi nelle botteghe dei cartapestai leccesi depositarî di un’antica tradizione e di segreti tramandati di padre in figlio, da maestro a discepolo.

Ogni chiesa, ogni cappella e chiesetta, anche le piccole icone lungo le strade antiche delle città e lungo le viottole delle campagne, sono la testimonianza silenziosa della forte e profonda religiosità dei pugliesi che, nei luoghi di culto, condividono ancora oggi forti valori religiosi e si riconoscono in una comune identità culturale. Nell’estremità del tallone d’Italia, il santuario di Santa Maria di Leuca  de finibus terrae è la meta di un pellegrinaggio legato a una leggenda popolare: chi non va in vita in questo santuario, se vuole assicurarsi il lasciapassare per l’eternità nel Paradiso, deve andarci dopo la morte. A Taranto la Concattedrale Gran Madre di Dio, progettata da Giò Ponti, è l’espessione più alta e magnifica della moderna religiosità postconciliare, proiettata come una vela sullo sfondo del cielo. La volle monsignor Guglielmo Motolese, arcivescovo di Taranto, che, tra le tante altre opere del suo impegno apostolico, fra cui il settimanale diocesano “Dialogo”, intuendo i giovannei segni dei tempi, volle anche fortemente la Cittadella della Carità con annessa Radio. Inoltre, i riti della Settimana Santa in Puglia, con le suggestive processioni notturne dei confratelli delle antiche e nobili congreghe, incappucciati e scalzi, lungo l’onda musicale delle musiche tradizionali (almeno un nome di musicista dell’Ottocento, autore di alcune famose musiche della Settimana Santa: il tarentino Giuseppe Cacace) sono l’espressione più alta della pietas popolare che, specialmente a Taranto, attirano folle di turisti e di fedeli. Perché la Puglia è anche terra di grandi santi venerati nei santuari colmi di ex voto:  San Michele Arcangelo e guerriero, che apparve nel V secolo sul monte Gargano, a Monte sant’Angelo, dove poi è stato edificato il Santuario di San Michele Arcangelo, caro anche a longobardi e bizantini che qui venivano in pellegrinaggio da lontano; Santa Sofronia, San Nicola di Bari, San Cataldo di Taranto, i Martiri Idruntini, mentre nel Seicento, il secolo povero e disperato, rifulgono San Giuseppe da Copertino,  “il santo dei voli” che si staccava dal suolo rapito in estasi, e il gesuita San Francesco da Geronimo di Grottaglie, dalla parola di fuoco. Nel Settecento un altro francescano: sant’Egidio da Taranto; a San Giovanni Rotondo, nel Novecento, San Padre Pio da Pietrelcina,  novello Francesco, segnato fin nella carne dalla passione mistica. E non dimentichiamo Bartolo Longo di Latiano, fondatore e benefattore del Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei, San Francesco Antonio Fasani di Lucera, san Lorenzo da Brindisi,  sant’Oronzo di Lecce, san Potito di Ascoli Satriano, san Ruggero vescovo di Canne, san Sabino, vescovo di Canosa di Puglia. Last not least don Tonino Bello, nato ad Alessano nel 1935  vescovo di Molfetta-Ruvo- Giovinazzo-Terlizzi fino al 1993, anno della sua morte , per il quale è in atto il processo di beatificazione, ma che, non solo in Puglia, è gia venerato e amato come santo. Una curiosità: da segnalare, a Conversano, il fenomeno unico delle “badesse mitrate”,  badesse benedettine che godevano di prestigio e potere fino all’avvento di Murat che stroncò quella che per lui era una mostruosità.

Puglia di santi e di eroi. La nostra regione è stata sempre attiva al reagente della storia. Fra  gli intellettuali dell’Illuminismo figurano anche  pugliesi come il giurista Ignazio Ciaia di Fasano e, aggiungo, Giovambattista Gagliardo, oltre allo straordinario, coltissimo arcivescovo “illuminista” di Taranto, Giuseppe Capecelatro.  Alcune pagine del Risorgimento e della Resistenza sono state scritte con il sacrificio delle loro vite da molti pugliesi patrioti. La lista è lunga, ma mi piace spiccare un nome fra tanti: Sigismondo da Castromediano che ispirò Giuseppe Giacovazzo, direttore per anni della Gazzetta del Mezzogiorno e senatore della Repubblica, autore di un romanzo, “Adele”, dove ricostruì una sofferta storia d’amore del nobile leccese. Sul marmo dei monumenti, inoltre, si possono leggere i nomi fitti fitti dei caduti della Grande Guerra di cui le famiglie conservano e tramandano le foto e i nomi. Nell’elenco degli eroi silenziosi io includerei anche quelli che emigrarono in terre lontane nella speranza di dare ai figli un futuro più dignitoso e che sopportarono dignitosamente povertà e  umiliazioni. Santi, eroi,  statisti e politici. I primi nomi che affiorano alla mente sono quelli di Giuseppe Di Vittorio di Cerignola, Antonio de Viti de Marco di Lecce, Giuseppe Codacci Pisanelli, di origini salentine, Gaetano Salvemini di Molfetta e Aldo Moro di Bari, statista grandissimo di cui ricorre il quarantesimo anniversario della morte, nato a Maglie e poi  studente del liceo classico Archita di Taranto. Al di là delle ideologie cedant arma togae. E le grandi donne, sagge e pugnaci, che in Puglia hanno lasciato il segno della loro forte personalità: Maria d’Enghien, contessa di Lecce, principessa di Taranto e regina di Napoli, che difese il suo Principato di Taranto, assediato dal re Ladislao di Napoli in quel lontano 1407, armata di tutto punto come un guerriero; Bona Sforza – figlia di Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, e di Isabella d’Aragona-  regina di Polonia e duchessa di Bari, nonché  signora del Rinascimento italiano; Giustina Rocca di Trani,  giurisperita della seconda metà del Quattrocento, prima donna avvocato del mondo, alla quale con ogni probabilità si ispirò Shakespeare quando ideò il personaggio di Porzia del “Mercante di Venezia”; le due sorelle, la marchesa Geronima e la duchessa Francesca Capece, benefattrici rispettivamente di Canosa e di Maglie. Le garibaldine: le nobildonne Antonietta De Pace di Gallipoli e Caterina Riccardi Tateo, la “Cairoli delle Puglie”, madre di tredici figli di cui cinque eroi garibaldini, che si dice abbia donato a Garibaldi, da lei ospitato  in una delle sue sconfinate masserie, il famoso cavallo bianco di razza murgese, elemento integrante della mitologia garibaldina.

Puglia di grandi artisti. Tre raggi vettori ci portano a Bari, nella Pinacoteca intestata a Corrado Giaquinto, celebre artista molfettese del Settecento; a Barletta, nel Palazzo della Marra, dove sono custodite  le tele del grande impressionista Giuseppe De Nittis, e a Galatina, patria del macchiaiolo Gioacchino Toma: sono artisti, questi, da manuali di storia dell’arte. Ma gli altri non sono da meno. Ricordo a grappolo, nel Settecento, Domenico Carella di Francavilla Fontana, Gaetano Bianchi di Melpignano e i suoi tre figli, attivi nella messapica Casalnuovo (oggi Manduria); nell’Ottocento, Michele de Napoli di Terlizzi, Francesco Saverio Altamura di Foggia, Giovanni Grassi di Lecce, Francesco Netti da Santeramo in Colle, Raffaele Armenise di Bari e poi, nel Novecento,  Mino Delle Site di Lecce ed Emilio Notte di Ceglie Messapica, Michele De Palma di Rutigliano, Geremia Re di Leverano, Domenico Cantatore di Ruvo di Puglia, Luigi Protopapa di Martano, poi trasferitosi a Taranto, Riccardo Tota di Andria, i fratelli Spizzico di Bari, Agesilao Flora di Latiano, Roberto De Robertis di Gravina, Ezechiele Leandro di Lequile- San Cesario, Salvatore Rizzo di Lequile, il lion Nicola Andreace di Massafra, Corrado Lorenzo, e gli artisti della scuola di Grottaglie: Gennaro Lupo, Francesco De Amicis, Ciro Fanigliulo, Emanuele De Giorgio, Angelo Peluso fino a Pino Spagnulo. Ricordo lo scultore Corrado Terracciano di Foggia e il pittore Raffaele van Westerhout di Gioia del Colle, scomparsi recentemente, e tra gli artisti viventi e ultranovantenni, lo scultore Pietro Guida e il pittore Giuseppe van Westerhout di Gioia del Colle, fratello di Raffaele e maestro di un artista che fu anche storico di pari valore e medico otorinolaringoiatra: Alberto Carducci Agustini dell’Antoglietta.

Quando si parla della storia culturale della nostra regione, che si snoda come un lungo poema epico, a noi viene spontaneo evocare nomi e luoghi dal profondo della memoria lungo la colonna sonora mentale delle più belle musiche dei grandi compositori pugliesi, fra i più grandi della gloriosa scuola napoletana: Nicola Fago, il Tarantino (1677-1745),  Niccolò Piccinni di Bari (1728-1800), Giovanni Paisiello di Taranto (1740- 1816), Vincenzo Fiodo di Taranto (1778 o 1782-1862), Saverio Mercadante di Altamura (1795-1870), Giuseppe Lillo di Galatina (1814- 1863), Pasquale Bona di Cerignola (1808-1878), Niccolò van Westerhout di Mola di Bari (1857- 1898), Umberto Giordano di Foggia (1867-1948), Mario Costa di Taranto (1858-1933), Dino Milella, nato a Bari nel 1907, ma vissuto sempre a Taranto dove morì nel 2002, e aggiungiamo un musicista tarentino di musiche da film: Domenico Savino di Taranto (1882- 1973)  e  Nino Rota (1911- 1979), milanese, ma naturalizzato pugliese in quanto direttore del Conservatorio di Bari, tutti ugualmente e diversamente creatori di squisite melodie nell’alveo di una lunga e grandiosa tradizione musicale che culmina in un grande tenore, forse il più grande di tutti i tempi, il leccese Tito Schipa, e in un direttore d’orchestra di rilievo internazionale: Riccardo Muti di Barletta. Le orchestre: fior fiore di talenti, da quella Sinfonica Metropolitana di Bari all’Orchestra della Fondazione Petruzzelli di Bari, dall’Orchestra Sinfonica di Lecce all’Orchestra ICO della Magna Grecia di Taranto. E le bande, le nostre bande, di città in città, in quei tempietti di legno scolpito che sono le cassarmoniche, hanno divulgato e ancora divulgano fra il popolo le belle musiche del nostro melodramma che fanno battere mani e cuori. E’ tutta un’immensa tradizione musicale che in Puglia ha salde e forti radici. Su questa tradizione musicale, che ha visto i musicisti pugliesi di punta e di spicco, il Festival della Valle d’Itria, nel Palazzo Ducale di Martina Franca, da 44 anni accende i riflettori riunendo, nel linguaggio pentecostale della musica, i musicofili di tutto il mondo; un esempio, questo, fra i più alti, di una cultura che si fa promozione turistica ed economica del territorio, grazie all’intuizione di Paolo Grassi, martinese doc, e grazie alla tenacia  unita alla passione colta dei martinesi, in primis il lion Franco Punzi, presidente del Centro Artistico Musicale Paolo Grassi. Poi il Festival Paisiello a Taranto a cura degli Amici della Musica Arcangelo Speranza, il Festival del Cinema Europeo di Lecce e infine, dalla notte dei tempi e dell’inquieto inconscio collettivo, ecco affiorare  le danze gioiose e tristi, folli e terapeutiche: pizziche e tarantelle. Il fenomeno del tarantismo o tarantolismo, collegato a queste danze, ha affascinato antropologi dell’altezza di Ernesto De Martino e  psicologi, artisti e medici:  un ragno maligno, si diceva, la tarantola, pizzicava uomini e donne, e per liberare gli umori malati occorreva danzare al suon di flauti e tamburelli fino a collassare sfiniti al suolo, liberi dai veleni che la tarantola aveva iniettati col suo morso. Oggi, a Melpignano, il Festival “La Notte della Taranta” attira le folle ed esalta la musica  tradizionale salentina “contaminata” da diversi linguaggi e stili musicali, scatenando la voglia di danzare danze frenetiche,  per liberare dolori, angosce o per pura gioia e amore di libertà. A proposito di arti: il cinema? Rodolfo Valentino, è chiaro, di Castellaneta, ma non dimentichiamo, per favore, Fernando Di Leo di San Ferdinando di Puglia, regista, sceneggiatore e scrittore, o lo scrittore Cesare Giulio Viola (figlio di Luigi Viola, il grande archeologo nato a  Galatina nel 1851 e scomparso nel 1924, “risuscitatore dell’antica Taranto”), che vinse l’Oscar nel 1946 per la sceneggiatura del film “Sciuscià” di Vittorio De Sica. Viola è un caposaldo del Neorealismo come Carmelo Bene, di Campi Salentina, è un altro caposaldo, ma del teatro d’avanguardia. Forse è opportuno ricordare che Domenico Modugno era di Polignano a Mare. D’altronde  è stato sull’onda musicale di “Volare” che l’assemblea dei Lions, a Sanremo, applaudì la scelta di eleggere  Bari a luogo deputato del Convegno nazionale. E ci sarebbe tanto da dire sui tanti artisti pugliesi o di origini pugliesi, da Walter Chiari a Lino Banfi, da  Albano (che è anche un imprenditore agricolo) a Renzo Arbore e a Sergio Rubini, e su letterati dell’altezza di Nicola Zingarelli, Mario Sansone, Mario Marti, Giovanni Macchia,  Michele Dell’Aquila, Donato Valli, Gacinto Spagnoletti; e su tanti poeti o scrittori: gli umanisti Roberto Caracciolo di Lecce, Rogieri de Pacienza di Nardò, Antonio de’Ferraris detto il Galateo di Galatone, Cataldo Antonio Mannarino di Taranto, Bisantio de Lupis di Giovinazzo; nel Seicento: il poeta barocco grottagliese Giuseppe Battista, i leccesi Giuseppe Infantino e Ascanio Grandi, Ferdinando Donno di Manduria, Antonio Beatillo di Bari; nel Settecento: il grande storico e giurista Pietro Giannone di Ischitella, l’arcadico Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto, Giacinto Gimma di Bari, Francesco Milizia di Oria,  Giuseppe Palmieri di Martignano, Luca de’ Samuele Cagnazzi di Altamura, Serafino Gatti di Manduria; nell’Ottocento: Pietro Paolo Parzanese di Ariano, Giuseppe Massari di Taranto, Francesco Saverio Abbrescia di Bari e, nel Novecento, Tommaso Fiore, Luigi Fallacara, Umberto Fraccacreta, Michele Pierri, Raffaele Carrieri, Girolamo Comi, Vittorio Bodini, Giuseppe D’Alessandro, Vito Carofiglio, Michele Saponaro, Biagia Marniti, Cristanziano Serricchio, Piero Mandrillo, Rina Durante, Giuseppe Cassieri, Cosimo Fornaro, Vittorio Pagano, Marino Piazzolla, Nino Palumbo, Nino Casiglio, il lion Michele Campione e Alessandro Leogrande, scomparso qualche mese fa a quarant’anni, poco prima di un grande archeologo tarentino, Enzo Lippolis, direttore del Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza di Roma, che aveva ottenuto, grazie alla sua direzione, il primato mondiale per gli studi classici. Infine una medaglia olimpionica: Pietro Mennea di Barletta.  Basta. Sono una folla gli artisti, gli scrittori, i letterati, i musicisti e gli studiosi pugliesi viventi da tutti conosciuti, e per non mancare nei riguardi di qualcuno, è preferibile fermarsi qui.

Oggi, industrie (dalla zona industriale di Bari allo stabilimento petrolchimico di Brindisi e al  controverso Centro Siderurgico di Taranto), imprese agricole, centri commerciali e turistici, tutta la cultura ad ampio raggio confermano la vocazione della Puglia a stabilire rapporti culturali e commerciali non solo con l’Europa, ma anche con i popoli del Mediterraneo e con l’Oriente e in quest’ottica i porti costituiscono l’indispensabile volano del progresso economico. Cultura e turismo, beni culturali ed economia sono paradigma di sviluppo e progresso. Tutto, insomma,  dimostra essere la Puglia, pur fra i tanti problemi che l’affliggono (e che sono poi i problemi dell’intera nazione), l’ espressione di un meridionalismo non piagnone,  ma orgoglioso della sua identità, della sua storia, delle sue tradizioni e della sua bellezza, quella bellezza che suscitava emozioni fortissime nei viaggiatori del Grand Tour e che faceva sospirare di nostalgia uno dei figli poeti di Federico II, re Enzo, prigioniero a Bologna, memore della sua giovinezza trascorsa nella per sempre perduta e sempre lungamente amata “…dolce Puglia piana…”

 

José Minervini

                                                                                              Lions Club Taranto Poseidon